Tutte le guideFarmaci e Terapie

Riconciliazione terapeutica: quando cambiano i farmaci tra un reparto e l'altro

Aggiornato: 5 aprile 2026

Sintesi della guida

Questa guida spiega cos'è la riconciliazione terapeutica, perché è obbligatoria secondo la Raccomandazione Ministeriale n.17 del Ministero della Salute, e cosa succede quando i farmaci non vengono riconciliati durante le transizioni di cura (ricovero, trasferimento tra reparti, dimissione). Descrive i diritti del paziente, gli errori più frequenti e il percorso di tutela stragiudiziale quando la mancata riconciliazione causa un danno.

Poniamo che tu assuma cinque farmaci ogni giorno, prescritti da medici diversi nel corso degli anni. Ti ricoveri in ospedale per un intervento, e al ricovero ti vengono prescritti due farmaci nuovi. Alla dimissione, la lettera indica tre dei cinque farmaci precedenti (non tutti) più i due nuovi. Nessuno ti spiega perché gli altri due sono stati tolti, e il tuo medico di base non ha ricevuto nessuna comunicazione.

Questa situazione, che può sembrare un problema organizzativo minore, è in realtà una delle cause più frequenti di eventi avversi farmacologici in Italia. Si chiama errore di riconciliazione terapeutica, ed è esattamente quello che la Raccomandazione Ministeriale n.17 cerca di prevenire.

Riconciliazione terapeutica in Italia: i numeri

Dati elaborati dal Ministero della Salute e dalla SIFO

0%

Pazienti con discrepanze alla dimissione

0%

Discrepanze non intenzionali (errori)

0%

Strutture con protocollo di riconciliazione attivo

0%

Ricoveri ripetuti evitabili con riconciliazione corretta

Fonte: Ministero della Salute; SIFO, Indagine sulla riconciliazione farmacologica 2023

Cos'è la riconciliazione terapeutica

La riconciliazione terapeutica è il processo con cui, a ogni transizione di cura, si confronta la lista dei farmaci che il paziente stava assumendo con quella dei farmaci che gli vengono prescritti nella nuova sede di cura. L'obiettivo è individuare e risolvere eventuali discrepanze: farmaci mancanti, dosaggi cambiati senza motivo, interazioni pericolose tra farmaci vecchi e nuovi, duplicazioni.

Non è un concetto complicato. È, in sostanza, una verifica incrociata. Ma nella pratica clinica quotidiana questa verifica viene spesso saltata, fatta in modo incompleto, o affidata a un passaggio verbale che si perde nel cambio turno.

Il termine tecnico "riconciliazione" suggerisce qualcosa di burocratico. In realtà è un atto clinico fondamentale: garantire che il paziente non perda farmaci essenziali, non ne assuma di nuovi che interagiscono male con i precedenti, e che ogni modifica alla terapia sia deliberata e documentata.

Quando deve avvenire

La Raccomandazione Ministeriale n. 17 stabilisce che la riconciliazione deve essere eseguita a ogni transizione di cura. Non una volta sola: a ogni passaggio.

Al ricovero. Quando il paziente entra in ospedale, il medico deve raccogliere la lista completa dei farmaci in corso (inclusi integratori, prodotti da banco, fitoterapici) e confrontarla con la terapia prescritta per il ricovero. Ogni differenza deve essere intenzionale e documentata.

Al trasferimento tra reparti. Se il paziente passa dalla chirurgia alla medicina interna, o dalla terapia intensiva al reparto ordinario, la terapia deve essere rivista e riconciliata. Il nuovo reparto non può semplicemente "ereditare" la terapia del reparto precedente senza verificarla.

Alla dimissione. Questo è il passaggio più critico. La lettera di dimissione deve contenere la lista completa dei farmaci da assumere a casa, con dosaggi, orari, durata prevista. Deve indicare chiaramente quali farmaci sono nuovi, quali sono stati modificati, quali sono stati sospesi e perché.

La Società Italiana di Farmacia Ospedaliera (SIFO) ha pubblicato linee guida dettagliate su come condurre la riconciliazione in ciascuna di queste fasi. Il punto chiave è che la riconciliazione deve essere un processo strutturato, non un'attività lasciata alla buona volontà del singolo medico.

Gli errori più comuni

Nella mia esperienza, gli errori di riconciliazione rientrano in categorie ricorrenti.

Omissione. Un farmaco che il paziente assumeva prima del ricovero non compare nella terapia del reparto e poi non compare nella lettera di dimissione. Nessuno l'ha tolto deliberatamente, semplicemente è stato dimenticato. È l'errore più frequente, e può riguardare farmaci essenziali come antipertensivi, antiepilettici, terapie per la tiroide.

Duplicazione. Il paziente assumeva un farmaco generico a casa, in ospedale gli viene dato lo stesso principio attivo con un nome commerciale diverso. Alla dimissione, finisce per assumere entrambi: doppia dose, stesso farmaco.

Dosaggio errato. In ospedale il dosaggio è stato modificato per una ragione clinica temporanea, ma alla dimissione la modifica resta nella prescrizione senza che sia indicato quando e se tornare al dosaggio precedente.

Interazione non rilevata. Un farmaco nuovo prescritto in ospedale interagisce con uno che il paziente assumeva già a casa. L'interazione non è stata verificata al momento della prescrizione.

Mancata comunicazione al medico di base. La dimissione avviene, la lettera arriva al paziente, ma il medico di base non riceve nessuna comunicazione. Il paziente torna a casa con una terapia nuova, il medico di base ha ancora quella vecchia nel suo sistema.

Infografica sulla riconciliazione terapeutica - Raccomandazione Ministeriale n.17
Raccomandazione n.17: i tre momenti in cui la riconciliazione deve avvenire e gli errori più frequenti.

Un caso concreto

Per capire concretamente cosa può succedere quando la riconciliazione non viene fatta, è utile seguire una situazione tipica, ricostruita sulla base di dinamiche ricorrenti nei casi che mi vengono sottoposti.

Una signora di settantadue anni, con una storia consolidata di ipertensione e fibrillazione atriale, viene ricoverata d'urgenza per una polmonite bilaterale. Al momento del ricovero, assume quotidianamente un anticoagulante orale, due antipertensivi e un farmaco per il controllo della frequenza cardiaca. La lista viene comunicata verbalmente al medico del pronto soccorso, ma non viene inserita in modo strutturato nella cartella clinica del reparto di medicina interna.

Durante il ricovero, l'anticoagulante viene sospeso in via precauzionale per l'esecuzione di una broncoscopia. La sospensione è appropriata, e viene documentata nella cartella del reparto. Il problema nasce alla dimissione, che avviene dopo otto giorni: la lettera riporta i due antipertensivi e il farmaco cardiologico, ma l'anticoagulante non compare. Non perché sia stato deliberatamente sospeso, ma perché nessuno ha riconciliato la terapia pre-ricovero con quella di dimissione.

La paziente, che non è una specialista e non conosce la differenza tra una sospensione temporanea e una definitiva, smette di prendere l'anticoagulante. Il medico di base, che non ha ricevuto la lettera di dimissione in tempo, non se ne accorge subito. Tre settimane dopo, la paziente viene ricoverata nuovamente per un evento tromboembolico.

Questo tipo di sequenza, in cui un passaggio apparentemente burocratico produce conseguenze cliniche gravi, è esattamente ciò che la Raccomandazione n.17 mira a prevenire. E quando la documentazione ricostruisce la catena degli eventi, la mancata riconciliazione emerge con chiarezza.

Cosa chiedere alla struttura

Come paziente o familiare, ci sono domande precise che puoi fare a ogni transizione di cura. Non sono domande tecniche: sono domande di buon senso che spesso nessuno pone.

Al ricovero: "Avete registrato tutti i farmaci che prendevo a casa? Posso verificare la lista con voi?". Porta con te la lista dei farmaci (il diario terapeutico di cui parliamo nella guida sull'uso sicuro dei farmaci a casa è perfetto per questo scopo) e confrontala con quella che il medico del reparto ha nella cartella.

Durante il ricovero: Se ti viene prescritto un farmaco nuovo, chiedi: "Questo farmaco è compatibile con quelli che prendevo già?". Se un farmaco della tua terapia abituale non ti viene più somministrato, chiedi: "Il farmaco X che prendevo a casa è stato sospeso? Per quale motivo?".

Alla dimissione: "Mi può spiegare la lista dei farmaci punto per punto? Quali sono nuovi, quali sono cambiati, quali devo smettere di prendere?". Chiedi anche: "Il mio medico di base è stato informato di queste modifiche?".

Queste domande non sono invadenti. Sono un tuo diritto, e un medico scrupoloso le apprezzerà. Se le risposte sono vaghe o evasive, è un segnale che la riconciliazione non è stata fatta con la dovuta attenzione.

Alla dimissione: cosa deve esserti consegnato

La lettera di dimissione non è un foglio burocratico che ricevi e metti in un cassetto. È un documento clinico che deve contenere informazioni precise sulla tua terapia. La Legge 24/2017 e la Raccomandazione n.17 stabiliscono cosa deve esserci.

Lista completa dei farmaci con principio attivo, dosaggio, via di somministrazione, orario e durata prevista.

Indicazione chiara delle modifiche rispetto alla terapia precedente: nuovi farmaci, farmaci sospesi (con la motivazione), farmaci con dosaggio modificato.

Istruzioni specifiche per il paziente: se ci sono farmaci da prendere a digiuno, farmaci da non assumere insieme ad altri, farmaci da monitorare con esami del sangue.

Indicazioni per il medico di base su eventuali controlli da programmare, esami da prescrivere, parametri da monitorare.

Se la lettera di dimissione manca di uno o più di questi elementi, parliamo di una carenza vera, non di un dettaglio formale. Una carenza che può avere conseguenze cliniche concrete. E se quelle conseguenze si materializzano in un danno, la struttura ne risponde.

Un consiglio pratico: quando ricevi la lettera di dimissione, leggila prima di lasciare l'ospedale. Se qualcosa non ti torna, chiedi chiarimenti subito, mentre hai ancora accesso al medico del reparto. Dopo la dimissione, ottenere risposte diventa molto più difficile.

Quando è responsabilità della struttura

Un errore di riconciliazione terapeutica configura una responsabilità della struttura quando tre condizioni sono soddisfatte.

La riconciliazione non è stata effettuata o è stata effettuata in modo incompleto. Dalla documentazione risulta che la lista dei farmaci non è stata verificata, o che sono presenti discrepanze non intenzionali non motivate.

Il paziente ha subito un danno. L'omissione di un farmaco ha causato un peggioramento della condizione (ad esempio, un paziente epilettico cui è stato sospeso l'antiepilettico senza motivo ha avuto una crisi). Oppure la duplicazione ha causato un sovradosaggio con conseguenze cliniche.

Il danno è collegabile alla mancata riconciliazione. C'è un nesso causale diretto tra l'errore nella terapia e il danno subito.

Se questi tre elementi sono presenti, il percorso di tutela stragiudiziale può essere attivato. Nella mia esperienza, i casi di mancata riconciliazione sono tra quelli con la documentazione più chiara: basta confrontare la lista dei farmaci prima e dopo la transizione per identificare l'errore.

Per capire come raccogliere la documentazione nel modo giusto, leggi la guida su come fare una segnalazione efficace. Per il contesto più ampio dei farmaci ad alto rischio, c'è la guida dedicata che spiega quali farmaci richiedono una gestione particolarmente attenta.

Domande frequenti

La riconciliazione terapeutica deve essere fatta anche se il ricovero è breve, ad esempio un day hospital?

Sì. La Raccomandazione n.17 non prevede eccezioni legate alla durata del ricovero. Anche in un accesso di poche ore, se al paziente vengono somministrati farmaci o vengono modificate le sue prescrizioni abituali, la riconciliazione deve essere documentata. Nella pratica, i ricoveri brevi sono spesso quelli in cui la riconciliazione viene saltata più facilmente, proprio perché la pressione organizzativa è alta e i tempi sono stretti. Questo non riduce la responsabilità della struttura in caso di errore.

Ho portato la lista dei miei farmaci al ricovero, ma il medico non l'ha inserita nella cartella. È un problema?

È un problema significativo. La lista verbale o su foglio personale del paziente non sostituisce la raccolta strutturata da parte del personale sanitario, che deve essere documentata in cartella e confrontata con la terapia prescritta. Se quella verifica non avviene, o non viene tracciata, e poi si manifesta una discrepanza, la struttura non può dimostrare di aver eseguito la riconciliazione. Conserva la tua lista scritta: se dovesse verificarsi un evento avverso, è una documentazione importante.

Posso richiedere alla struttura una spiegazione scritta delle modifiche alla mia terapia?

Sì, ed è una richiesta legittima. Puoi chiedere al medico del reparto di integrare la lettera di dimissione con una nota esplicativa sulle modifiche effettuate, oppure puoi richiedere copia della cartella clinica, che deve riportare le motivazioni di ogni variazione terapeutica. Se la cartella non riporta queste informazioni, o se le motivazioni sono assenti, è un elemento rilevante in caso di valutazione del caso per un percorso di tutela stragiudiziale.

FS

Franco Stefanini

Patrocinatore Stragiudiziale, esperto in responsabilità medica e risarcimenti per errori sanitari

Qualcosa è andato storto nonostante queste regole?

Posso valutare gratuitamente il tuo caso con il mio team medico-legale. Chiedere informazioni non ti obbliga a iniziare un percorso.

Richiedi una valutazione gratuita
Online oraHai un dubbio sul tuo caso? Scrivimi su WhatsApp, ti rispondo io.
Scrivici su WhatsAppRisposta in giornata